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Prova a leggere le definizioni di intelligenza qui davanti a te, notando che sono state scritte in periodi diversi e da scienziati con sguardi diversi: dal biologo allo psicologo, dall’ingegnere all’informatico.
Gli psicologi e pedagogisti Binet e Simon, ad esempio, all’inizio del secolo scorso, ponevano l’accento sul “buon senso” e sulla capacità di adattarsi alle circostanze.
Gli studiosi successivi hanno sia ampliato che reso più concreta questa definizione: per gli psicologi Gottfredson e Sternberg, l’intelligenza è una complessa abilità mentale che va oltre il semplice adattamento, ma richiede la comprensione profonda del mondo che ci circonda, sulla base della quale, poi, si costruisce la capacità di adattarsi agli ambienti per raggiungere i propri obiettivi.
Se ci spostiamo in ambito ingegneristico e informatico, autori come Albus o Legg e Hutter spogliano l’intelligenza da ogni vincolo biologico. Per loro conta la prestazione: secondo loro l’intelligenza è la capacità di un “agente” di raggiungere obiettivi massimizzando la probabilità di successo, indipendentemente dai “trucchi” nascosti nella sua scatola cranica o di silicio.
Le definizioni sono diverse per alcuni aspetti, ma quasi tutte convergono sui concetti di comprensione del mondo e di flessibilità nel raggiungere i propri obiettivi.
La sintesi che propone Paolo Cherubini è proprio questa: l’intelligenza potrebbe essere vista come la capacità di un agente (vivente o no, non ci interessa) di raggiungere i propri obiettivi in ambienti incerti e mutevoli, sulla base di una comprensione del mondo che gli permetta di prevedere il futuro: una comprensione non cristallizzata, ma fluida, che si modifica e che quindi permetta all’agente di superare anche ostacoli inaspettati.
L’intelligenza potrebbe essere, in un certo senso, sia il timoniere che ci guida verso i nostri obiettivi, sia il cartografo che ha redatto la mappa del mondo su cui tracciare la rotta.